Mattia Galbiati, dal judo al sambo: la storia del campione diventato maestro
Sul tatami non esistono scorciatoie. Esiste il lavoro che hai fatto quando nessuno guardava, il dolore che hai imparato a sopportare, la sconfitta che ti ha costretto a ricominciare e quei pochi secondi nei quali tutto ciò che hai costruito deve trovare una risposta.
Mattia Galbiati lo sa bene.
Per anni è stato lui a entrare sul tatami con un avversario davanti e un obiettivo da conquistare. Prima il judo, con la Nazionale e le qualificazioni olimpiche per Londra 2012. Poi il sambo, scelto dopo un grave infortunio e una crescente insofferenza verso il percorso che stava vivendo nel judo. Una scelta che avrebbe cambiato completamente la sua carriera.
Oggi Galbiati è il maestro e head coach di Sambo Invicta.
Ma per capire l’allenatore bisogna prima conoscere il combattente.
Quando cambiare strada diventa una forza
Il passaggio dal judo al sambo non fu un semplice cambio di disciplina.
Galbiati aveva già alle spalle anni di competizione ad alto livello, ma cercava un ambiente nel quale poter esprimere meglio le proprie caratteristiche. Nel sambo trovò una disciplina capace di unire lotta in piedi e a terra, tecnica e fisicità, e soprattutto una nuova motivazione.
I risultati arrivarono.
Sei volte campione italiano assoluto nella categoria fino a 68 kg, medaglia di bronzo agli Europei di Zagabria nel 2015, campione dell’Unione Europea sia nello Sport Sambo sia nel Combat Sambo nel 2017 e nuovamente campione nel 2018. A questi risultati si aggiunsero podi internazionali e una carriera parallela nel mondo delle MMA.
Ma una medaglia, per quanto importante, racconta soltanto la superficie.
Il bronzo mondiale
Nel novembre 2020, a Novi Sad, arriva uno dei momenti più importanti della sua carriera.
Galbiati conquista il bronzo ai Campionati Mondiali di Sambo.
Era una medaglia inseguita dal 2013, anno del suo primo Mondiale. Per arrivarci deve superare una giornata durissima e, nella finale per il terzo posto, affronta il mongolo Dovdon, campione del mondo in carica.
Il risultato si decide a nove secondi dalla fine.
Galbiati trova l’azione vincente e conquista finalmente quel podio mondiale che aveva inseguito per anni.
È uno di quei momenti nei quali il cronometro racconta soltanto una piccola parte della storia.
Perché una medaglia può arrivare in nove secondi.
Per meritarsela possono servire sette anni.
Una promessa fatta a sua figlia
C’è però un episodio che racconta Galbiati meglio di qualsiasi palmarès.
Prima di una competizione internazionale promise alla figlia Sofia che sarebbe tornato a casa con una medaglia.
Quella promessa venne mantenuta.
Galbiati ha raccontato che il sorriso della figlia quando vide quella medaglia fu uno dei momenti più preziosi della sua carriera. È un dettaglio semplice, quasi intimo, ma dice molto di ciò che esiste dietro un atleta quando si spengono le luci della gara.
Perché il combattimento non appartiene mai soltanto a chi sale sul tatami.
Ci sono famiglie, sacrifici, assenze, persone che aspettano e persone che credono.
Quando il campione diventa maestro
Poi arriva la trasformazione più importante.
Galbiati smette progressivamente di misurare il proprio valore soltanto attraverso ciò che riesce a conquistare personalmente e comincia a trasferire la propria esperienza agli altri.
Nasce e cresce Sambo Invicta, realtà della quale oggi è responsabile tecnico. La società è regolarmente iscritta al Registro Nazionale CONI e pratica sambo e shoot boxe.
E il suo lavoro continua a produrre risultati.
Nel 2026 Sambo Invicta si è confermata protagonista del Campionato Assoluto di Sambo: Gabriel De Luca ha conquistato il titolo italiano nei 79 kg, mentre Francesco Pio Aidone ha ottenuto il bronzo. La società è stata indicata come campione assoluto di Sambo.
Galbiati, oggi, compare ancora nelle competizioni federali come Maestro e Head Coach della società.
È una fotografia perfetta della sua evoluzione.
Un tempo era lui a combattere per conquistare il risultato.
Oggi prepara altri a farlo.
Un maestro che continua a imparare
La sua idea di combattimento, però, non sembra confinata a una sola disciplina.
Nel 2024, sul tatami di Sambo Invicta, Galbiati ha organizzato il primo seminario italiano dedicato alle lotte celtiche, insieme alla Federazione Italiana Lotte Tradizionali. Un incontro che ha riunito circa 25 esperti di diversi stili e che aveva anche l’obiettivo di formare atleti e tecnici destinati alla squadra italiana.
È un dettaglio che racconta bene la sua filosofia.
Un buon atleta accumula esperienza.
Un buon maestro la condivide.
Un grande maestro continua ad avere la curiosità di imparare.
La seconda parte della carriera
La storia di Mattia Galbiati oggi non si misura più soltanto in medaglie.
Si misura negli atleti che prepara, nelle competenze che trasmette e nella capacità di trasformare ciò che ha vissuto in qualcosa che possa appartenere a una nuova generazione.
Il suo percorso attraversa judo, sambo e MMA. Passa attraverso infortuni, sconfitte, titoli italiani, podi europei e un bronzo mondiale conquistato dopo anni di inseguimento.
Ma forse il passaggio più importante è un altro.
Ha imparato a cambiare senza smettere di essere sé stesso.
Ha cambiato disciplina quando ne aveva bisogno.
Ha ricominciato dopo le difficoltà.
Ha inseguito una medaglia per anni.
E quando finalmente l’ha conquistata, ha continuato a guardare avanti.
Oggi il suo posto è ancora sul tatami.
Solo che non è più necessariamente lui quello che combatte.
C’è un ragazzo davanti a lui.
Un atleta con le proprie paure, i propri sogni e la propria occasione.
Galbiati gli mette a disposizione tutto ciò che ha imparato.
Poi lo lascia entrare.
Perché il compito di un maestro non è combattere al posto dei propri atleti.
È prepararli al momento in cui dovranno farlo da soli.
E quando quel momento arriva, quando il combattimento comincia e il coach rimane all’angolo, tutta una carriera torna a vivere attraverso qualcun altro.
Il tatami cambia.
La lezione resta.